Rinnovo ACN, Silvestro Scotti: «Condivisione di responsabilità per tutelare i diritti incomprimibili»

Arrivare a definire quanto prima l’Accordo Collettivo Nazionale e perfezionare un sistema specifico per il medico generico, riconoscendone autorevolezza ed aspirazioni. Queste le priorità secondo Silvestro Scotti, Segretario generale nazionale della Fimmg, intervistato a margine del Congresso Nazionale CIMO.

 

CIMO ha avviato un dialogo per unificare gli interessi dei medici ospedalieri e dei medici di medicina generale: quali i passi in avanti?

«La CIMO ha aperto una discussione ragionevole all’interno della propria contrattualità: la medicina generale da anni afferma la valorizzazione di un sistema di dipendenza per il professionista intellettuale medico. È chiaro che i sistemi contrattuali non possono essere interpretati senza considerare il soggetto. Se si contrattualizza un medico, si può utilizzare un contratto di dipendenza con un valore amministrativo ma non “condizionante” il compito. Invece noi abbiamo sempre di più una percezione distorta della professione intellettuale. L’Istat chiarisce che in sanità ci sono due tipologie di professionisti: i professionisti intellettuali ad alta specialità, i medici e gli odontoiatri, e i professionisti tecnici sanitari per cui esistono tutte le altre professioni sanitarie. Questo tipo di valorizzazione non appare così chiara quando poi andiamo a descrivere una contrattualità,  specificatamente nel caso della dipendenza in cui invece se ne fa un tutt’uno, in cui poi non si realizzano le legittime aspirazioni di una professione intellettuale che di fronte a un giudice rimarrà sempre responsabile perché è considerato il cervello che decide. Questo non significa chiudersi al rapporto con le altre professioni, anzi, significa aprirsi nel rispetto del ruolo reciproco e quindi nella capacità di integrarsi per portare il migliore risultato».

Ecco, veniamo ad uno dei temi più caldi in questi mesi: avete ripreso la discussione sull’Accordo Collettivo Nazionale, a che punto siamo e quali sono le prospettive?

«La contrattualità dell’ACN oggi non può essere considerata estranea alle altre contrattualità. In questo momento c’è una dinamica del pubblico impiego che dovrebbe impattare più sui dipendenti che sui convenzionati: noi siamo assimilati al pubblico impiego da normativa e per questo la quota variabile del contratto è significativa. Oggi ho due scelte: ridurre la mia quota fissa per determinare i fondi per la quota variabile, e questo non lo ritengo accettabile, o capire dove si trovano le risorse per definire l’ambito variabile. Credo che sia fortemente determinante anche per i contratti la discussione sulla finanziaria per riuscire a trovare un meccanismo di finanziamento indiretto che non impatti sul fondo sanitario regionale. Io credo sia arrivato il momento in cui tutti gli attori si trovino intorno a un tavolo per una conferenza Stato-Regioni in cui le Regioni pretendano un ruolo dello Stato ed una condivisione di responsabilità. C’è una premessa di una sentenza della Corte Costituzionale che ha chiarito che i diritti incomprimibili non sono regolabili nei limiti dell’equilibrio di bilancio, ma è l’equilibrio di bilancio che deve regolarsi per garantire i diritti incomprimibili che vanno, a questo punto, finanziati».

Passando alla formazione dei giovani medici: si registra un calo di vocazioni per la medicina generale. Da tutta la categoria viene invocata l’assimilazione della disciplina al resto degli specializzati. Qual è il suo punto di vista?

«La discussione sulla specialità è però una discussione che parte dalla soluzione finale e mai da quella iniziale. Tutti pensano che semplicemente determinando un modello legislativo o un decreto ministeriale si realizzi questa cosa. Qualcuno pensa che la medicina generale sia una disciplina in questo momento insegnabile nelle università o negli ospedali? Io non credo. È necessario sederci intorno ad un tavolo e definire la medicina generale come disciplina a sé stante, chiarirne i contenuti e a quel punto il passo successivo diventa più semplice: individuare la figura di medicina generale dipendente specialista. L’importante è mantenere il modello assistenziale ed impedire di mettere “i legacci” ad una professione intellettuale».

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